L’oggetto che non c’è


La digital fabrication come strumento di supporto alla riabilitazione


Autore

OpenDot e Fondazione TOG

Data

2015-2016

Siamo tutti diversi e il design, finalmente, può muoversi di conseguenza. Anziché continuare a ragionare e produrre oggetti standardizzati da realizzare in serie, la fabbricazione digitale lascia finalmente grande spazio alle necessità individuali.

Le distanze tra il progettista e l’utente si accorciano così tanto che le pratiche di co-design sono ormai una realtà, e il Fab Lab è il teatro di tutto questo.

In questo momento le famiglie e gli operatori coinvolti nel mondo della disabilità infantile sono gli attori che maggiormente colgono il potenziale risolutivo della fabbricazione digitale e che trovano grande vantaggio nel co-design, nella personalizzazione di massa e nella prototipazione a basso costo. È in questo scenario che si colloca il progetto “L’oggetto che non c’è”. OpenDot – Fab Lab milanese di ricerca e sviluppo e open innovation – insieme a TOG – onlus che nel 2011 ha dato vita a un centro di eccellenza per la riabilitazione di bambini colpiti da patologie neurologiche complesse –, presentano i primi risultati e gli intenti della loro ambiziosa partnership.

TOG e OpenDot si incontrano per fornire nuovi strumenti utili all’attività riabilitativa della Fondazione TOG, ai suoi operatori e al personale clinico, oltre che ai genitori e alle famiglie dei piccoli pazienti, grazie anche al supporto di “Digital for Social” di Fondazione Vodafone Italia.

Ponendosi come missione sociale la diffusione della co-progettazione con e per la disabilità, il percorso progettuale coeso e integrato tra OpenDot e TOG si articola su più fronti: dal software per una facile acquisizione di scansioni 3D di tutori in gesso, finalizzate alla realizzazione di protesi da stampare in 3D, al re-design di ausili, sistemi cognitivi e giochi che aiutino i bambini nell’apprendimento di gesti e movimenti specifici, favorendo le attività della vita quotidiana, con l’obiettivo di far raggiungere una maggior autonomia incentivandoli nell’inserimento alla vita sociale attraverso ausili adatti, esteticamente belli e utili. Sono state coinvolte anche Università come la NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti e la Domus Academy, in collaborazione con IKEA (con il workshop 10x10x10 – The world of accessibility), per sviluppare nuovi progetti di design, re-design e hacking di oggetti della vita quotidiana.

Partecipa al progetto anche il designer Niel Liesmons dell’Università di Gent con la sua tesi di Master “Custom Seating”, concepita per semplificare la progettazione e produzione di oggetti su misura, fatti con strumenti semplici ed economici.

“L’oggetto che non c’è” è un ulteriore e importante capitolo di una ricerca che OpenDot ha avviato un anno fa con “The Other Design”: un’esposizione itinerante di oggetti co-progettati e personalizzati insieme agli utenti dalle diverse e più complesse necessità, in mostra anche alla Design Week di Shanghai (“Ideas in action” gennaio-marzo 2016).

“L’oggetto che non c’è” è la nuova missione sociale per la diffusione della co-progettazione con e per la disabilità, che unisce il mondo dell’autoproduzione e della fabbricazione digitale con le esigenze della ricerca medica nell’ambito della riabilitazione neurologica infantile, verso una sanità accessibile e su misura.

Dall’esperienza de “L’oggetto che non c’è” nasce UNICO – The Other Design, il marchio di una collezione di oggetti e di una nuova piattaforma creata da OpenDot e TOG: prodotti su misura e ausili di design che consentono efficacia riabilitativa un miglioramento nella qualità di vita di bambini con disabilità. Oggetti unici appunto, co-progettati da maker e terapisti con bambini con disabilità e le loro famiglie.