Viral Design


Cosa può insegnare la pandemia da Covid-19 alla comunità maker


Autore

OpenDot

Data

2020

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Premessa
L’emergenza COVID-19 è stata paragonata a varie altre tragedie del passato, dall’influenza spagnola, per la sua contagiosità, ad una vera e propria guerra, per il numero di vittime.
Non è certo stata la prima minaccia globale, ma per la prima volta c’è stata una risposta globale, per la prima volta gli strumenti tecnologici ci hanno aiutato ad essere davvero uniti nel capire come poterci difendere, come e cosa progettare e costruire per proteggerci e proteggere chi si prendeva cura di noi.
E non si tratta solo di stampa 3D e makers, quello che è successo è stato una prima, involontaria prova sul campo, di un modello produttivo diverso rispetto al precedente, che lo include e lo completa. Lo sviluppo di una nuova soluzione richiede una lunga serie di passaggi per passare da un’intuizione ad una soluzione in vendita. Questo processo è spesso centralizzato nelle mani di chi produce che commissiona alcune attività esternamente, ma che controlla e investe nella soluzione. questo modello, così interconnesso e lento ha fallito di fronte alle improvvise necessità create dall’emergenza. Non abituati ad essere interconnessi, flessibili e distribuiti, si sono trovati spiazzati e inefficaci nel fornire una soluzione. Proprio come un organismo incapace di riconoscere il virus, restando quindi completamente inerme.
Ora, guardandoci indietro, si vede invece come la risposta di Fab Lab, maker e designer sia stata efficace proprio perché ha combattuto la pandemia con le sue stesse armi.

Cosa possiamo imparare da un virus

Perché allora non prendere ispirazione dalla stessa minaccia che abbiamo combattuto per capire cosa ha reso la risposta di Fab Lab e maker così efficace, e quali aspetti potrebbero essere ulteriormente migliorati per essere ancora più aggressivi e rapidi nel diffondere soluzioni utili?
Quello che ne emerge è un punto di vista completamente nuovo allo sviluppo del progetto, dalla sua ideazione alla distribuzione finale, che coinvolge diversi attori in momenti diversi, per consentirgli di esprimere al meglio quello in cui eccellono.
Lo abbiamo chiamato Viral Design: un approccio alla generazione di soluzioni che ha come obiettivo quello di diffondersi rapidamente, sia globalmente che capillarmente, per raggiungere tutte le persone che potrebbero beneficiarne.
Quindi, cosa possiamo imparare dalla minaccia che stiamo affrontando?

Mutare
Tutto ciò che è vivo, muta. Più velocemente lo fa, più sono numerose le sue varianti e più è probabile che una sia particolarmente efficace.

In un periodo di grande complessità e in rapida evoluzione, lo sviluppo di molte idee diverse non solo è naturale, ma è da incoraggiare.
Anche se potrebbe sembrare frutto di incapacità o disinteresse a collaborare, all’inizio di ogni fase dello sviluppo di una soluzione conviene incoraggiare piccole comunità locali a lavorare sulla loro variante, adattandola iterativamente sulla base dei feedback degli utenti che la adottano.
Questa fase divergente è solo l’inizio: alcune delle varianti risulteranno più adatte alle necessità delle persone, alle capacità produttive, al budget disponibile, alla supply chain ancora attiva, alle certificazioni nazionali e alle tecnologie produttive disponibili. Proprio come in un contesto naturale, queste tenderanno a diffondersi e diventare predominanti.
Quando questo accade, si inizia a convergere su alcuni filoni principali che diventano standard de facto. Pian piano le feature di questi progetti di riferimento si diffonderanno anche in altri, facendoli lentamente convergere. Così come è importante condividere e diffondere le proprie idee all’inizio, con decisione e forza, è altrettanto importante convergere con umiltà su soluzioni di altri se queste si rivelano più efficaci.
Tutto ciò è possibile solo se le idee sono condivise online, accessibili, modificabili, remixabili e riproducibili. Tutti concetti e strumenti semplici e familiari alla comunità maker.

Diffondersi prima tra luoghi iperconnessi
Sebbene il contagio tra persone avvenga sulla base della vicinanza, la diffusione da luogo a luogo dipende da quanto sono interconnessi.

Se molte persone passano rapidamente da un luogo ad un altro, è più alto il rischio di contagio: il virus ha quasi sempre varcato i confini in aereo. Per questo le risposte alla pandemia si sono diffuse soprattutto all’interno di community fortemente connesse, e ancora di più tra laboratori in forte relazione tra loro.
I network diventano uno degli ingredienti fondamentali alla diffusione delle soluzioni. Più sono coesi, più sono efficaci; più sono omogenei, più rapidamente diffondono idee e soluzioni.
Il Fab Lab network è stato un naturale veicolo per questa diffusione: i lab hanno attrezzature simili, una serie di valori condivisi, abitudine a documentare e condividere, oltre a capacità di concretizzare un’idea nuova e di replicare quelle esistenti.
Per facilitare l’ulteriore diffusione, ci siamo strutturati in network ancora più coesi ed omogenei, spesso su territori con lingua, contesti legislativi e necessità analoghe. Favorire questi network è un enorme passo avanti nell’efficacia della risposta che possiamo dare.

Saltare tra specie differenti
Molte delle pandemie più aggressive sono veicolate da patogeni che solitamente aggrediscono altre specie, per questo il nuovo ospite è completamente impreparato e le conseguenze così pericolose.

Perchè una soluzione abbia un impatto reale, deve raggiungere le persone. Per raggiungerle deve diffondersi. Benchè all’interno di un network omogeneo questo possa accadere facilmente, il numero di persone raggiunte spesso non è sufficiente.
Per essere efficace, ogni fase del progetto deve potersi sviluppare nella specie più congeniale e poi fare un salto di specie per finire in un nuovo ospite che non avrebbe potuto generare quello che ha creato il primo.
Proviamo a chiarire con un esempio: un medico ha un’intuizione, ne parla con un maker (usiamo il termine in senso lato, per includere chiunque usi skill tecniche per realizzare soluzioni creative) che lo trasforma in un progetto, ne testa alcuni pezzi e lo migliora con l’aiuto del suo ideatore. L’idea è buona, ne servono qualche decina, il singolo maker non riesce a farli tutti e si appoggia al Fab Lab locale. Il progetto evolve in un prototipo funzionante costantemente migliorato dalla piccola community che ci lavora (che include ideatore, maker, designer).
L’idea si diffonde e muta, ne nascono tante versioni, grazie al contributo di altri maker, Fab Lab e medici che la usano.
Alcune soluzioni sono in grado di saltare ulteriormente di specie e dare una risposta efficace a durabilità, comodità d’uso, ingombro, igienizzabilità, velocità di produzione, approvvigionamento dei materiali, costo etc., diventando così degli standard.

L’impatto in questo momento è ancora limitato perché la diffusione è frenata dalla limitata rete di distribuzione o dalla mancanza di certificazioni. L’ultimo salto è proprio verso il mondo produttivo, che abitualmente ha a che fare con questi temi.
I salti di specie sono fondamentali e vanno favoriti, abbattendo e prevenendo tutti gli ostacoli che possono impedire.
Alcuni esempi possono essere: business model non chiari su distribuzione dei benefici tra i partner, disinteresse a far scalare i progetti, paura di perdere la paternità dell’idea, etc.


Le fasi dello sviluppo e i salti di specie

Riassumendo, i salti di specie descrivono qual è il contesto ideale per quella specifica fase del progetto e chi è la figura più adatta a portarlo avanti. Allo stesso tempo, analizzando gli ostacoli possiamo capire le azioni che dovremmo intraprendere per migliorare l’efficacia del sistema.

0. intuizione:
può venire in mente a chiunque, ma è probabile che sia legata alla conoscenza della necessità
figura: need knower
numero pezzi realizzati: 0

1. progettazione:
capita la necessità, questa si trasforma in un concept e successivamente in un proof of concept figura: maker (in senso lato, include developer, designer, maker, ingegneri, etc.)
numero pezzi realizzati: 1-5

2. prototipazione:
con una serie di passaggi progressivi si raffina il progetto e si definiscono le fasi per realizzarlo (tecnologie, approvvigionamento di materiale, assemblaggio, spedizione)
figura: lab (Fab Lab, makerspace, hackerspace, lab di sviluppo aziendale, etc.)
numero pezzi: 5-500

3. mutazione (declinazione)
4. produzione distribuita

5. Matchmaking (domanda e offerta)
L’interazione tra diversi lab genera una moltitudine di variazione al progetto (alcune sostanziali, altre incrementali) che vengono prodotte in modo distribuito e raggiungono chi ne ha necessità e ha contatti con il network.
figura: Network (creato ad hoc, esistente, etc.)
numero pezzi realizzati: 500-1000000

6. produzione industriale
7. certificazione

8. distribuzione:
le idee più efficaci, già note agli utenti e testate sul campo, possono passare attraverso i gli attuali processi di testing, validazione tecnica e distribuzione che consentono di raggiungere chiunque possa averne bisogno.
figura: produttori locali e internazionali (PMI, grandi aziende)
numero pezzi realizzati: 1000000 +

I salti di specie non sono sempre semplici: l’intuizione può morire perchè si decide che non ne vale la pena parlarne, o non si sa a chi raccontarlo, così come un progetto può usare una licenza sbagliata che ne limita la diffusione. Gli ultimi passaggi poi sono i più complessi, in cui le relazioni tra community e corporate sono rese difficili da diffidenza reciproca, assenza di best practices e business model adeguati, etc.
Capire a quale punto il progetto si interrompe aiuta non solo a migliorare il singolo processo, ma ad intervenire sull’intera infrastruttura.

Cos’è il viral design
Il viral design quindi ha una serie di caratteristiche che lo rendono particolarmente efficace a dare risposte a situazioni in rapida evoluzione sfruttando il meglio dei vari attori che possono contribuire a raggiungere un risultato ottimale.

/ Le Caratteristiche

1. il Viral Design muta: da una singola soluzione ne genera molte, anche solo per adattarsi alle diverse realtà locali
2. il Viral Design prima diverge: da un’unica soluzione ne genera molte per testarne l’efficacia
3. il Viral Design si diffonde: ha un alter ego fatto di bit e conoscenza che si diffonde facilmente tramite network e piattaforme
4. il Viral Design poi converge: concentra lo sforzo produttivo sulle soluzioni più efficaci, selezionando degli standard de facto
5. il Viral Design è open: per consentire lo svilupparsi delle sue altre caratteristiche deve essere utilizzabile da tutti liberamente o a condizioni facili, inclusive e chiare
6. il Viral Design è collaborativo: ogni fase ha un attore in grado di svolgerla meglio degli altri, per fornire una risposta più rapida ed efficace serve che il progetto passi di mano molte volte
7. il Viral Design è collettivo: ognuno ha un ruolo, senza gli altri non arriverebbe a conclusione o non sarebbe arrivato fino a quel punto. è difficile stabilire un autore, ma non è anonimo. E’ frutto di un team che deve dividere gli sforzi e i benefici che il progetto porta

Dove altro?

Il Viral Design è emerso come risposta naturale alla pandemia perché il COVID-19 ci ha catapultati tutti in uno scenario mai vissuto con questa intensità finora: difficoltà nella distribuzione dei prodotti, nella produzione centralizzata in grandi complessi, nello sviluppo in tempi rapidi di soluzioni a problemi prima non esistenti,etc.
Questo non significa che sia l’unico caso in cui possa essere applicato: tutte le situazioni che sono presenti su scala globale e che per un qualche motivo non trovano risposte efficaci nel sistema produttivo industriale potrebbero essere affrontate con un’arma nuova. grandi minacce globali come il cambiamento climatico, oppure problematiche capillare e onnipresenti come l’accessibilità hanno caratteristiche comuni con la crisi che stiamo vivendo, anche se non sono così visibili, omogenee o rapide, ma potrebbero essere il prossimo banco di prova di una risposta internazionale e sincronizzata di un network globale.